Corso di formazione per volontari

Il Consultorio cura la formazione permanente degli operatori; la ritiene molto importante per lo svolgimento della propria attività. Le psicologhe frequentano in proprio corsi di formazione su tematiche inerenti alla loro professione e riportano nelle relazioni di aiuto agli utenti i benefici effetti della loro crescita personale. La Direttrice dott.ssa Moioli Raffaella ha organizzato in Consultorio un corso specifico per i collaboratori volontari. Durante la riunione settimanale di équipe vengono discussi, nell’anomìnimato, casi problematici. Psicologhe e consulenti familiari danno il loro apporto di riflessione partendo ognuno dal proprio punto di vista professionale, usando termini consueti nella propria formazione che possono non essere di immediata comprensione. Di qui l’opportunità offerta da questo corso di una serie di incontri di condivisione e chiarificazione.

Nel primo incontro del 3 febbraio scorso la dott.ssa Michela Papotto ha introdotto il tema “Famiglia e dintorni – uno sguardo sistemico”  utilizzando la terminologia propria dell’approccio sistemico-relazionale.

La dottoressa ha inteso condividere il significato e le implicazioni di termini in uso in tale approccio in modo da favorire un arricchimento professionale all’équipe.  Si sofferma sulla parola “famiglia”.

In senso stretto e originario famiglia significa “persone che abitano nella stessa casa”. In senso ampio, ”l’insieme di persone legate da vincoli di sangue, da rapporto di parentela o affinità o da vincoli religiosi e/o legali quali il matrimonio”. L’approccio sistemico-relazionale è una prospettiva psicologica. E’ fondato sul presupposto che non sia possbile spiegare lo sviluppo dell’individuo indipendentemente dal sistema, cioè dalla rete di relazioni significaitive di cui è parte, né è possibile comprendere il comportamento dell’individuo avulso dal contesto. La famiglia viene considerata un sistema in cui ogni suo componente è in connessione con gli altri.

Ne consegue che l’individuo va curato nel suo contesto sociale modificando l’organizzazione della famiglia. L’oganizzazione della famiglia può essere “disimpegnata”, cioè sviluppare tra i membri confini molto rigidi rendendo la comunicazione difficile e favorendo l’allontanamento delle persone; mancano senso di appartenenza e di interdipendenza ed è carente la figura genitoriale. Mentre un’organizzazione familiare “invischiata” presenta mancanza di confini generazionali, frontiere rigide verso l’esterno, ruoli confusi, iperprotezione, scarsa spinta all’autostima, conflitto soffocato. Consegue una mancanza di voglia di uscie dal nido.

E’ importante sottolineare che ogni famiglia deve gestire problemi relativi ai rapporti interni e nelle relazioni con l’esterno. Una famiglia è “patologica” quando, di fronte alle difficoltà, aumentano le rigidità e i confini opponendo resistenza alla ricerca di alternative.

La famiglia evolve durante il suo ciclo di vita. Sono state individuate cinque fasi (formazione della coppia, nascita dei figli, figli adolescenti, figli che escono di casa, famiglia in tarda età) ad ognuna delle quali può essere associato un evento critico che può consentire avanzamento o blocco nel passare alla fase successiva. Ogni evento critico richiede che vengano attivati nuovi processi di adattamento per superare crisi di transizione. La famiglia deve garantire stabilità nel tempo ed evoluzione. L’identità umana è basata su due principi: il senso di appartenenza e quello di differenziazione.   

Il secondo incontro è stato condotto dalla dott.ssa Francesca Corda sul tema “ La personalità e le differenze individuali”.

La psicologia della personalità è nata come modello basato sull’individuazione di tratti della personalità. I tratti sono disposizioni stabili che portano a specifiche modalità di reazione in una pluralità di circostanze. Ippocrate (quarto secolo a.C.) incominciò a parlare di tratti; si può considerare un precursore nel senso che unì delle caratteristiche della persona in ambito medico con caratteristiche del modo di comportarsi e del temperamento. Individuò quattro tipi di temperamento, collerico, melanconico, sanguigno, flemmatico e considerò che ad ognuno corrispondeva un prevalente umore corporale innato nell’individuo.

Dall’inizio del 900 diversi autori hanno parlato di tratti. Studi di fine 900 dicono che è possibile individuare cinque grandi categorie e dimensioni di personalità: estroversione / introversione, gradevolezza /sgradevolezza, coscienziosità / negligenza, nevroticismo / stabilità emotiva, apertura mentale / chiusura mentale. Ad ogni categoria corrisponde il suo opposto. Nell’intervallo si collocano le varie gradualità.

Un altro modello è la teoria dell’apprendimento sociale che spiega il comportamento umano in termini di relazione causale reciproca e triadica: la Personalità è influenzada  sia dal Comportamento (aspetti puramente innati) sia dall’Ambiente: fattori personali (biologici, cognitivi, affettivi), schemi di comportamento, situazioni ambientali interagiscono con relazioni bidirezionali per spiegare insieme il comportamento umano.

Alla luce di quanto sopra la personalità può essere definita: “un’organizzazione complessa di modi di essere, di conoscere ed agire che assicura unità, coerenza, stabilità e progettualità alle relazioni dell’individuo con il mondo”.

Il temperamento invece riflette una base biologica e determina la spinta ad agire in diversi modi”;

ll carattere è “il risultato dell’interazione della persona con l’ambiente”.

            La dottoressa prosegue dando alcuni cenni sui disturbi della personalità,  definibili come “un insieme di risposte emotive, cognitive e comportamentali che deviano rispetto alle aspettative e che sono causa di un grande disagio”. Sono tratti della personalità, quindi stabili nel tempo. Chi ne soffre in genere manifesta difficoltà nella sfera sociale, affettiva e lavorativa.Ce ne sono di  vario tipo; la dottoressa sottolinea che non sono sempre facili da individuare nei colloqui con la persona e, soprattutto che non vanno confusi con caratteristiche della personalità che sono normotipiche fino a quando non vanno a esprimersi in modo disfunzionale.

La dott.ssa Cristina Romagnoli ha condotto il terzo incontro su “L’Assistente Sociale di territorio e il lavoro con le famiglie: l’utilità degli strumenti di mediazione familiare”.

La dottoressa lavora per conto di un Ente pubblico. E’ Assistente Sociale e Mediatrice Familiare. Si occupa del settore “famiglie e minori”. Ha presentato in termini molto concreti i disagi di certe famiglie, accentuati dalla pandemia e conseguenti lockdown, e le correlate problematiche di gestione delle relazioni di aiuto. I servizi di emergenza sono continuati usando tutte le necessarie precauzioni previste per la pandemia, andando in famiglie e attivando i parenti di persone fragili, anziani e minori problematici. Il rimanere forzatamente in casa ha aumentato la conflittualità familiare in modo esponenziale. In particolare i minori, non andando a scuola, non frequentando amici, non svolgendo attività sportive, ma utilizzando di  più i video giochi, hanno agito momenti di conflittualità anche fisica nei confronti dei genitori. Anche la DAD quando non utlizzata dai figli è stata causa di litigi. All’Ente pubblico sono arrivate numerose segnalazioni, anche di casi che non erano in carico in precedenza. Colloqui on line hanno permesso di vedere dentro casa, quindi di integrare le informazioni in possesso dei Servizi e di attivare interventi di sostegno e educativi. Come elemento positivo si è registrato, nelle richieste di mediazione familiare da parte di genitori separati, una maggior consapevolezza rispetto al passato. La perdita di lavoro ha esasperato il contesto; ci si aspetta una crescente carenza di risorse economiche. I Servizi ritengono prioritario il mantenimento del bene casa. Il reddito di cittadinanza non esaurisce le necessità. Ci sono famiglie che si vergognano di presentare la loro situazione reale per richiedere aiuti economici anche per paura dell’allontanamento dei figli a causa della povertà.             Sarebbe auspicabile un lavoro in rete fra Servizi pubbblici e privati, ma si riscontrano difficoltà nello stabilire i confini fra le competenze dell’uno e dell’altro.

Il quarto incontro è stato condotto dalla dott.ssa Stephanie Barazzotto sul tema “La consulenza sessuologica”.

L’argomento è stato scelto perché in Consultorio molto spesso arrivano richieste legate alla sessualità e il tema viene trattato nell’ambito dei corsi per fidanzati. La dottoressa precisa che la tematica della sessualità ha incominciato ad essere approfondita in tempi recenti, negli anni ’50. Ha ricordato la definizione che l’O.M.S. ha dato della “salute sessuale”: benessere sia fisico che emozionale del singolo e della coppia, contestualizzato nel contesto sociale. Elenca le dimensioni della sessualità: riproduttiva, ludica, sociale, semantica (ricerca di significati per la nostra vita condivisi con qualcuno), narrativa, procreativa (implica progettualità). Declina le diverse fasi del ciclo sessuale che offrono armonia nella relazione di coppia. Ognuna di esse può manifestare disfunzioni la cui causa può essere fisica o psicologica; necessitano di un corretto approccio sessuologico o psicologico per una miglior conoscenza di sé e di sé con l’altro. La dottoressa accenna all’evoluzione nelle espressioni della sessualità legate all’età e ai cambiamenti indotti da particolari eventi. Ad esempio, la nascita di un figlio porta significativi cambiamenti nella coppia e la conseguente necessità di ridefinirsi come coppia e come coppia di genitori. In questa fase possono esserci momenti di conflittualità fino all’allontanamento da parte di uno dei due, a meno che la coppia riesca a ritagliarsi degli spazi per vivere la popria relazione affettiva e riesca a condividere modalità educative del figlio.

L’incontro termina con un dialogo con i presenti. Si osserva, ad esempio, che emergono negli ultimi anni problematiche nuove. Si notano difficoltà nei figli in base a come la coppia gestisce l’aspetto sessualità in famiglia. Quando l’aspetto sessualità è avulso dalle genitorialità, i figli hanno più difficoltà nel porre dei confini alla propria sessualità.            

La dott.ssa Eleonora Donati conduce il quinto incontro sul tema: “Ben-essere a scuola”.

Pone la domanda: come promuovere il benessere nell‘età evolutiva? Lo psicologo scolastico si muove sul fronte del disagio e su quello della promozione del benessere. Quest’ultimo fronte è piuttosto recente: si cerca di integrare l’idea di scuola come luogo di apprendimento con l’idea di luogo di crescita e di sviluppo. Gli interventii dello psicologo scolastico sul disagio riguardano l’abbandono e la dispersione scolastica, il bullismo, l’inclusione di disabili e di stranieri, ecc. Quelli sulla promozione del benessere riguardano l’offerta formativa, gli aspetti socio-affettivi, l’educazione sessuale, le innovazioni tecnologiche, ecc. La collaborazione con la scuola ai vari livelli (dirigente scolastico, insegnanti, famiglie) permette di formalizzare, quando necessario, piani di apprendimento individuaizzato. E’ stato redatto a livello nazionale un “Protocollo” tra l’Ordine degli Psicologi e il Ministero dell’Istruzione che prevede la presenza a scuola dello  psicologo che si occupa della promozione della salute convolgendo tutti gli attori a tutti i livelli. A tale scopo sono previste quattro aree di supporto: organizzazione scolastica, supporto al personale scolastico, agli studenti, alle famiglie. Per ridurre le resistenze al cambiamento lo psicologo chiarisce che il proprio obiettivo è il benessere di tutti i protagonisti partendo dai punti di forza già presenti. Lo sguardo professionale dello psicologo è indirizzato ad analizzare il contesto per proporre strategie, accogliendo la fatica di tutti, consapevole della necesità di un lavoro che coinvolga ognuna delle aree citate.

La dott.ssa Roberta Rando ha condotto il sesto incontro di formazione sul tema “Il trauma e i suoi doni”.

Ha distinto i traumi in “traumi T grande”, cioè quelli che vengno dall’esterno della persona generando la percezione di impotenza da parte di chi lo vive, dai “traumi t piccolo”, cioè tutti quelli di tipo relazionale che vanno sì a incidere sull’interiorità della persona, ma non sono legati a situazioni esterne catastrofiche. Ogni persona è una stratificazione di traumi precedenti. Il primo trauma è la nascita. Ai 7 anni di età le stratificazioni vengono archiviate in modo da liberare memoria nel cervello. Nuovi traumi risultano imprevedibili mettendoci nellla condizione di dover cambiare i punti di riferimento.

Cosa ce ne facciamo del trauma? Ci mette nella condizione di guardare la realtà, ci mette in allarme facendo scattare l’autoprotezione che si incide nella memoria affinché ce ne ricordiamo. Di fronte al trauma la persona può sentirsi vittima o cercare di uscire dalla percezione di impotenza. Le prime informazioni che si ricevono di fronte a un trauma sono contraddittorie (esempio Covid-19: non è niente – si muore). Se si vuol cercare di uscire dalla percecezione di impotenza si è di fronte alla necessità di rivalutare la propria vita: tutto deve essere ristrutturato. Ci sono persone che si aspettano che tutto torni come prima. Questo perché, sia che ci si senta vittima, sia che si voglia prendere il proprio potere personale, la prima reazione è quella di desiderare che tutto torni come prima. Se però si rimane in questa posizione non si impara niente dall’esperienza. Noi non saremo più quelli di prima. Il trauma ci mette nella condizione di andare oltre i nostri limiti.

Il primo dono del trauma è quindi la capacità di riportarci dentro noi stessi chiedendoci se la nostra vita sia proprio quella che vorremmo; ci fa vivere nel presente. Un altro dono del trauma è la speranza. Il trauma ci fa vivere il dolore, l’angoscia e automaticamente proviamo il bisogno della speranza, intesa come una condizione dell’anima che va a braccetto con la fiducia, la fede. Sperare significa quindi avere la consapevolezza di avere strumenti per affrontare qualsiasi situazione. Chi vive nella posizione di vittima impotente percepisce il senso di abbandono, di ingiustizia; sorgono rancore e rabbia. Per uscirne si tratta di cogliere il trauma come spunto per cercare un’azione; rendersi conto del proprio potere personale, innanzi tutto del poter scegliere, se agire o non agire. Se ci si sposta dalla valutazione dell’evento esterno traumatico a una valutazione della propria interiorità, questo permette di diventare consapevoli e di conseguenza di poter agire.

E’ il dono della fede nella nostra capacità, o nella vita, o nell’esistenza di un Dio. Il trauma è dunque quell’evento che facilitandoci ci permette di migliorare. Se viviamo il trauma come allontanamento da Dio, riusciamo a capire che stando nel trauma riusciamo a ritrovare Dio.

Ultimo dono: il trauma ci mette nella condizione di capire che noi valiamo; siamo stati capaci di stare nel caos e di uscirne.

Conduce il settimo incontro la dott.ssa Valeria Recanzone. L’incontro ha per tema “Il Disturbo Specifico dell’Apprendimento – DSA”.

Si tratta di disfunzioni neurobiologiche che interessano tre domini dell’apprendimento: lettura, scrittura, calcolo. Si possono manifestare singolarmente o in più aree di compromissione. C’è differenza fra difficoltà di apprendimento e disturbo  dell’apprendimento. Si parla di disturbo quando si riscontrano difficoltà che resistono a interventi mirati di potenziamento nell’abilità specifica, cioè resistono al cambiamento. La dottoressa si sofferma sulle principali condizioni cliniche la cui presenza consente di diagnosticare un DSA:

-la dislessia, la difficoltà del bambino nel decodificare il testo scritto

-la discalculia, la difficoltà nel decodificare i numeri o nel fare il calcolo

-la disortografia, un deficit nella scrittura, cioè la difficoltà nel convertire la parola udita in grafia

-la disgrafia, un deficit nell’abilità grafomotoria, dovuta ad esempio al movimento della mano mentre si scrive.

            Le possibili cause di un DSA riguardano fattori socio culturali e fattori neurobiologici; sono disfunzioni che stanno alla base dei disturbi che interferiscono con il normale processo di acquisizione di lettura, scrittura e calcolo. La dott.ssa esplicita quali sono le funzioni cognitive, cioè quelle capacità del cervello in cui i bambini possono essere deficitari: possono cioè avere difficoltà nelle specifiche aree (letttura, scrittura, calcolo), una,tutte, nessuna. Le variabii che influenzano il processo di apprendimento sono: la memoria, l’attenzione, l’intelligenza, il ragionamento, il problem solving (analisi del problema e scelta della strategia per individuare la soluzione migliore). Per diagnosticare se lo studente può essere deficitario oppure no viene valutato come tutte le funzioni cognitive si intersecano tra di loro e quello che ne consegue. Anche gli aspetti emotivo-motivazionali e gli aspetti metacognitivi (la consapevolezza di se stessi) interferiscono nell’apprendimento scolastico.La dott.ssa analizza una ad una sia le funzioni cognitive sia le condizioni cliniche, campanelli di allarme che possono far pensare al DSA. Che cosa fare se si ha il sospetto di  un DSA? Per prima cosa la scuola adotta attività di recupero individuale mirate su lettura, calcolo, scrittura. Se le dfficoltà persistono la famiglia deve fare una richiesta di valutazione per attuare l’iter diagnostico. Se l’iter conferma il sospetto e produce la certificazione di DSA la famiglia deve consegnare la diagnosi alla scuola che provvede ad adottare un Piano Educativo Individualizzato con le dovute misure compensative (es.: permettere l’uso di strumenti, dare più tempo, ecc.) e dispensative (es.:dispensare dalla lettura in classe, facendo però attenzione di rinforzare a casa l’abilità  in cui il bambino è carente). La famiglia può, con un professionista specializzato, fare un potenziamento individualizzato per allenare il bambino nelle aree in cui è deficitario, rafforzando i suoi punti di forza. Si possono pianificare i tempi e l’ordine in cui fare le cose, eliminare fonti di distrazione, stabilire pause, scrivere un contratto in cui si stabiliscono regole e premio concordati.

L’ottavo incontro è stato condotto dalla dott.ssa Ottavia Baroli sul tema “Ascoltare. Comunicare. Sentire. La comunicazione nelle relazioni d’aiuto”.

L‘incontro è stato condotto in modalità interattiva facilitando così il dialogo con i partecipanti. Dopo aver condiviso i significati della parola “comunicare”, dal punto di vista dei partecipanti, la dott.ssa ricorda la definizione che lo psicologo e filosofo Paul Watzlawick dà di comunicazione: “La comunicazione è un processo di scambio di informazioni e di influenzamento fra due o più persone che avviene in un determinato contesto”. Ne consegue che è impossibile non comunicare e che la comunicazione implica una relazione, un incontro reciproco tra soggetti. Nella relazione d’aiuto diventa fondamentale la conoscenza delle proprie qualità personali e del proprio modo di relazionarsi con gli altri, perché anche in quel contesto siamo parte di un processo comunicativo circolare. L’ascolto, parte fondamentale della comunicazione, non è semplicemente udire, ma è capacità di analisi della realtà e attitudine ad entrare in relazione con i diversi soggetti che la abitano. Ascoltare in modo empatico è un atteggiamento attivo che richiede impegno per comprendere le emozioni dell’altro senza perdersi e far sentire all’altro che è compreso senza essere giudicato. La comunicazione non verbale è espressa dai segnali che inviamo più o meno consapevolmente insieme alle parole. Si possono riscontrare quattro tipologie principali legate alla comunicazione non verbale, cioè:

  • il sistema cinesico: i gesti, la mimica, le posizioni e lo sguardo che è un potente segnale per richiedere e cercare di ottenere consenso
  • la prossemica: ciò che concerne la gestione dello spazio o della  distanza tra gli interlocutori  
  • il sistema aptico: il contatto fisico (pacca sulla spalla, stretta di mano, ecc.)
  • i segnali paralinguistici: il tono di voce, le pause, il riso, i sospiri, il pianto, il silenzio.

C’è un silenzio di solitudine, un altro di ostacolo alla comunicazione, un silenzio per riflettere, un altro che esprime rabbia e un altro ancora insicurezza e così via. In consulenza il silenzio attivo fa parte della relazione d’aiuto; è necessario usare il silenzio in modo da favorire e non ostacolare la comunicazione. E’ altrettanto importante l’uso congruo della comunicazione verbale e non verbale, ad esempio fare domande chiuse e aperte, parafrasare, rispecchiare, chiarire, riassumere, porsi in modo empatico, usare i messaggi “io”. Questi ultimi consentono di far sapere all’altra persona come ci fa sentire e il motivo per cui ci sentiamo così. Ad esempio: “Quando intervieni così spesso mi sento a disagio perché non ho spazio per esprimere le mie idee”.


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